ACoFE – Associazione di Counseling Fenomenologico Esistenziale
Condividiamo di seguito una importante considerazione sulle supervisioni gentilmente concessa dalla Dottoressa Cantaro.
In una relazione d'aiuto il counselor accompagna il cliente a considerare la vita come scambio sè/sè e sè/altro, presupposto questo per l'essere umano a non essere più obbligato a dipendere dal mondo per sopravvivere: la responsabilità dei propri comportamenti, dei propri conflitti e delle proprie scelte è libertà, ma anche sforzo orientato a ottenere quello che è necessario per una vita più corrispondente a se stessi.
E' di questo che si occupa il counsellor all'interno della cornice fenomenologico-esperienziale e non della soluzione del problema con cui il cliente si presenta al counsellor ponendo lo stesso una domanda. Tutto il processo consiste principalmente in quello che si può chiamare una "simulata" sempre nell'ottica di creare le condizioni di una distanza del cliente da sé e dall'altro per poter dialettizzare e avviare l'operazione esistenziale di scambio.
La cosiddetta "sedia vuota" aiuta a simulare il conflitto interiore della persona, ovvero il dramma che avviene nella sua vita intima e che normalmente è amministrato inconsapevolmente con modalità acquisite sin dall'infanzia, le quali, però, spesso non sono congrue al sistema di valori della persona adulta.
La modalità di interiorizzare il conflitto è quella di creare una distanza, la "sedia vuota", sulla quale si immagina ci sia seduto qualcuno con cui si vuole parlare: è quello che si può chiamare una simulata. Il fatto che si immagini che lì c'è qualcuno è una fantasia, ma quello che si dice mettendo in scena la persona immaginata, dal punto di vista esperienziale è una realtà emozionalmente densa in proporzione al livello con cui la persona si "mette nei panni di".
Insomma il lavoro che si fa all'interno di un orientamento fenomenologico esistenziale non consiste nel risolvere i problemi, ma nel trovare il modo di andare avanti ad occhi aperti, facendo appunto esperienza del mondo: il problema del cliente non è il fatto di avere un problema, quanto quello di star fermo su quel problema; il counsellor aiuta il cliente a procedere, invece di rimanere aggrappato al problema rinunciando al resto della vita. Perché il cliente possa rimettersi in moto, bisogna che acceda al nucleo emozionale dei suoi comportamenti disfunzionali e da lì, prendendo strade diverse ma sempre congrue a quel nucleo, riscriva la storia in modo trasformativo piuttosto che compensativo del problema. In questo processo di ri-narrazione le simulate sono una modalità davvero efficace.
SUPERVISIONE.
Le simulate sono un modo particolarmente adatto per entrare nell'esperienza della seduta che un counselor fa con il proprio cliente, senza utilizzare la griglia "giusto /sbagliato": il counsellor in supervisione si mette nei panni del cliente con cui ha difficoltà e il supervisore conduce la seduta con il proprio stile facendo quindi, piuttosto che una super-, una altra-visione, che permette al supervisore di proporre la propria esperienza senza giudicare quella del counsellor in supervisione. In questo modo il counsellor in supervisione sperimenta due cose importanti: da una parte, "sentire" il paziente stando nei suoi panni, dall'altra, sentire l'effetto degli interventi del supervisore, cosa che gli permette di immaginare cosa potrebbe essere utile per quel processo d'aiuto e così può puntualizzare più chiaramente i suoi intenti e le sue aspettative nei confronti del cliente . Cos'è che si fa in una pratica come questa che non avviene normalmente in un'altro tipo di rapporto? Si aiuta la persona ad aiutarsi, parlandole come se fossero almeno due persone, cosa che richiede non poco sforzo di attenzione: non è facile vedere due persone dove chiunque altro ne vedrebbe una e neanche due persone qualsiasi, ma due persone affaccendate a creare il comportamento dei cui effetti il cliente si lamenta.
Allora, visto che la fenomenologia abilita teoricamente il sentire come mezzo di conoscenza, nella supervisione si può supportare il counsellor a conoscere il cliente attraverso il sentire, oltre che attraverso l'affiorare di fantasie. In una relazione d'aiuto con questo orientamento, l'accorgimento di partenza e' che non si puo' "sentire che", in quanto "sentire" è riferito a sensazioni ed emozioni, e non a proposizioni secondarie, o ad altri da sé. Ascoltare cosa si sente personalmente di fronte alle comunicazioni del Cliente è dunque fondamentale sia per mantenere la posizione empatica senza scivolare nell'identificazione, sia per avere indicazioni sulla direzione da intraprendere nella seduta. Questo processo analogo per modalità nella relazione counsellor-cliente e counsellir-supervisore sottolinea il senso la significatività del nostro approccio.