ACoFE – Associazione di Counseling Fenomenologico Esistenziale
a cura di Beatrice Aricò - Revisione editoriale di Lorella Gargiulo
31/11/2025
Tratto liberamente dall’intervista di Filippo Carbonera a Paolo Quattrini e Francesca Cantaro al primo congresso ACoFE (Firenze, 3 maggio 2025)
Con grande piacere condividiamo con voi alcuni passi dell’intervista di Filippo Carbonera a Paolo Quattrini e Francesca Cantaro al nostro primo congresso: un assaggio di alcuni temi centrali dell’approccio fenomenologico-esistenziale, già ascoltati o letti in varie occasioni dalle voci e parole dei nostri due mentori, ma che qui ritornano con parole e spunti nuovi, nati da esperienze e luoghi interiori sempre diversi e inesplorati. Testimonianze di una via di apprendimento basata sull’esperienza, mutevole nel tempo interno e esterno.
Le loro voci, nell’intervista, si alternano come frasi di una composizione musicale, offrendo sempre nuove suggestioni che aiutano ad ampliare lo sguardo sull’approccio fenomenologico-esistenziale, faro che illumina e orienta ogni passo della nostra Associazione.
Perché avete scelto l’approccio fenomenologico-esistenziale?
F Non c’è un perché...per quanto mi riguarda se devo trovare un perché ha a che fare con la mia formazione. Io vengo da filosofia, quindi la mia prima formazione è filosofica, e in qualche modo ho sempre avuto una visione critica, filosofica intesa come critica, della vita, del mondo, dell’esperienza. Quindi, sicuramente ha influito molto la mia formazione. Poi ha influito il mio incontro con Paolo...la mia conoscenza di Paolo Quattrini...
P Non potrei pensare se prima non sento. E su cosa penso? Tutte le ideologie sono una frustrazione infinita. Io ho bisogno che si segnino i tre passi: sento qualcosa, ne penso qualcosa e ci faccio qualcosa...senza questi tre passi non so dove sono...
F E’ un “approccio”, che vuol dire che è uno “stile”, un modo di vedere, un modo di guardare la relazione, praticare un’etica, e questa è un’esperienza.
La relazione non è qualcosa che esiste, è qualcosa che accade, non è qualcosa che è, è qualcosa che si fa. Ci siamo sempre dentro, abitiamo sempre lo spazio della relazione. L’importante è accorgerci di ciò che ci appare.
P E cosa ci appare? Quello che ci appare è. Non c’è niente da interpretare e scoprire oltre. La realtà è quella che ci appare e che ci fa un effetto, è quello su cui appoggiarsi per poi pensare e fare. E’ l’effetto che ci dà la direzione, ma dobbiamo riconoscerlo. Il fenomeno esiste, noi non facciamo niente per crearlo, ma ci facciamo qualcosa.
F Il cliente è fenomeno, siamo noi che lo affianchiamo e andiamo dove ci porta lui/lei...ma se lo vediamo come oggetto, sappiamo già tutto, abbiamo le nostre idee e non ascoltiamo in uno spazio vuoto, che c’è anche nel cliente. Il fenomeno non è mai sbagliato, è l’origine, l’istanza centrale, la cosa che va rispettata per definizione.
P I fenomeni appaiono...Qui è il grosso mistero, l’inizio di tutto è qualcosa che dal mondo viene a noi, ma su cui non abbiamo un controllo possibile, si presenta così, e io non posso far niente. O l’accetto o non l’accetto, ma si presenta così. Dopo che si è presentata così, ci posso costruire sopra un insieme di pensieri che lo diversifica e lo rende più complesso, e da questa operazione di chiarificazione posso decidere un’azione che sia in relazione con il fenomeno. Noi riceviamo i fenomeni non li facciamo. Con il fenomeno ci facciamo qualcosa, ma non nel senso che lo facciamo esistere. Una volta manifestatosi il fenomeno, noi ci creiamo qualcosa. Ci creiamo tutto quello che noi sappiamo creare...
E cosa potete dire sul vuoto?
F Stare ad ascoltare senza dire niente internamente, un ascolto pulito, senza prepararti. Mentre aspetti non devi fare niente...il silenzio prima che emerga qualcosa...Trovare la parola, la parola giusta, quella che voglio veramente dire, richiede del tempo.
P...è qualcosa che non è strutturato, non è uno spazio “senza niente”, un fiume di immagini, sensazioni, riferimenti, idee dove aspetti di incontrare qualcosa che ti serve insieme a quello che hai bisogno di fare. Ad es., vorresti che il cliente fosse più soddisfatto con tutte le cose che ha a disposizione: l’intenzione che tu hai si incontra con il fiume delle immagini e ogni tanto si formano dei pezzetti, si crea una forma. Nell’aspettare, guardi il tuo mondo interno, guardi le tue intenzioni fino a quando qualcosa fa click...e guardi il mondo esterno...
F Dentro non c’è mai il vuoto. Il vuoto è il vuoto di intenzione, assenza di categorizzazione, di convinzioni, di solidificazioni, di giudizi di qualità. Andiamo in giro nel mondo interno fino a quando qualcosa viene in figura.
P Guardare il vuoto è come guardare un fiume. Quando guardi un fiume cosa guardi? Appena vedi qualcosa è già andata via. E’ questo il concetto di vuoto interno. E’ un flusso, che va, ci attraversa e continua ad attraversarci all’infinito. E come in un fiume ci si può pescare, che significa acchiappare dei pesci che stanno già lì, allo stesso modo, nell’osservare il vuoto di tipo psichico, si pescano dei pesci, e con questi pesci si fa l’aiuto al cliente...
F Stare nel vuoto significa lasciare andare, lasciare esserci...
A questo proposito vorrei porvi una domanda, una riflessione: potreste dire qualcosa riguardo al tema dell’attaccamento? Di solito la grande difficoltà sta proprio nel fatto che, inevitabilmente, ci si attacca (al cliente ndr)
P L’attaccamento è una disgrazia inevitabile perché l’attaccamento dipende dal fatto che non abbiamo ancora lasciato la mamma! Alla mamma bisogna stare attaccati, ma a un certo momento bisogna staccarsi! Molte persone si staccano apparentemente dalla mamma ma si attaccano a quello che la mamma gli ha lasciato in eredità.
Vivere da non-attaccati è meraviglioso ma potrebbe essere ansiogeno per le persone che non hanno strumenti di adattamento rapidi. E questo dipende da come sono venuti su, da come i genitori li hanno aiutati a venire su. Perché spesso i genitori tranciano qualunque tentativo che i figli hanno di autonomizzarsi psichicamente, e quindi vengono su appiccicati ai prodromi genitoriali, a quello che i genitori pensano, sentono, raccontano etc. etc.
Tutto questo riguarda un mondo piccolo e strettissimo, mentre il mondo è infinito. E’ come la differenza tra un foglio di carta e l’infinito, si capisce che l’infinito è migliore, ma si capisce anche che il foglio di carta è tanto più comodo perché è rassicurante.
F Oltre l’attaccamento tipico con la mamma, e questo lo sappiamo che caratterialmente fa i suoi danni poi per tutta la vita (come dato, non è colpa di nessuno, è così...), la difficoltà maggiore è rispetto all’attaccamento a sé stessi, il punto cruciale è la distanza che non abbiamo di noi con noi. Quando Rovatti parla di abitare la distanza, parla di abitare la distanza da noi: da noi a noi. Perché abitare la distanza dall’altro, in un certo senso, per certi aspetti è più facile: c’è lo spazio, c’è la differenza spazialmente parlando.
Ma è molto difficile la distanza da noi stessi.
C’era un filosofo che non mi ricordo come si chiama (Sloterdijk ndr) che parlava di “andare in giro col deserto tascabile” e di mettere in atto un’ospitalità, avere una camera degli ospiti aperta sempre in modo che qualcuno possa entrare mentre noi ci spostiamo da noi stessi dando ospitalità all’altro. Perché è questo l’elemento più difficile rispetto all’attaccamento, è l’attaccamento a noi. L’attaccamento a noi è molto difficile da modificare ma, secondo me, è da lì che dobbiamo passare: dobbiamo fare pratica di dis-attaccamento da noi stessi, cosa che non facciamo sufficientemente. E’ una pulsione la nostra, a mantenere vivo quello che pensiamo sia così, il si-ma che sappiamo usare tutti in un modo pazzesco, diciamo alla persona: ”si...ma”...e arriva l’attaccamento, arriva immediatamente l’ avversativo, che è sempre qualche cosa che riguarda il tornare a casa nostra, il tornare nel nostro domicilio. Da questo punto di vista, secondo me, è una pratica possibile che possiamo fare tutti. Possiamo aiutare anche il paziente, il cliente, il counselor a praticarla: se stai aprendo la porta, lasciala aperta, smetti di dire sì e ascolta, ospita l’altro, apri la camera degli ospiti, per un po': il tempo di differenziarti da te e comprendere qual è il pensiero dell’altro. Solo così l’attaccamento viene, come dire, minato. Perché dobbiamo minare questo tipo di attaccamento prima di tutto.
P Questo ha a che fare con l’imparare a volere bene alla differenza, apprezzare la differenza, scoprire che è straordinariamente interessante...